Il grande romanzo a puntate di Latouche
sembra non aver fine: quasi a smentire la lotta contro il paradigma
della crescita ecco l'ennesimo saggio sull'occidentalizzazione del
mondo attuata con l'imposizione dello "sviluppo" all'intero pianeta.
Spesso si lascia un libro di Latouche ritenendo che il professore abbia
fondamentalmente ragione e che tuttavia in mancanza di soluzioni
immediate al problema economico si debba proseguire nella loro ricerca
secondo i canoni del tanto controverso sviluppo. Eppure ed è ciò che
stupisce il saggio mostra una (nuova e) "bella stanchezza" in
particolare nella seconda parte laddove s'introduce il concetto di
decrescita e si accenna alle logiche maussiane della società
vernacolare di alcuni paesi africani. Compare la consapevolezza del
declino quasi affettuosa un impero romano allo sfascio che – ostinato
com'è – non mollerà fino all'ultimo; ma anche l'indicazione precisa del
senso del declino stesso. La decolonizzazione dell'immaginario non è
una semplice trovata linguistica ma una vera e propria necessità la più
importante ("Bisogna cominciare a vedere le cose diversamente perché
possano diventare diverse"). La prima sezione del libro mostra
efficacemente quanto la retorica dello sviluppo abbia ormai invaso
persino i progetti di economie alternative. E non mancano nemmeno
esempi concreti (eliminare l'obsolescenza dei prodotti ridurre le spese
in pubblicità ecc.) per muoversi anche qui come nel Sud verso una
società della decrescita. Dal declino (dell'economia dello sviluppo)
alla rinascita (della società e dei legami) passando per una
consapevolezza la cui negazione è la più potente arma degli
sviluppisti: quello economico è in primo luogo un problema.
Mario Cedrini per L'Indice