Mentre gli occhi del mondo sono puntati sul nuovo fronte yemenita
della guerra mondiale al terrorismo, gli Stati Uniti hanno iniziato il
2010 con un'escalation di raid missilistici senza precedenti sulle
roccaforti di Al Qaeda in Pakistan.
Quattro bombardamenti in una settimana. Dal 30
dicembre - giorno del clamoroso attentato suicida contro la base
operativa Cia di Camp Chapman, sul confine tra Afghanistan e Pakistan,
condotto da un informatore doppiogiochista di nazionalità giordana - i
velivoli telecomandati della Cia hanno già condotto quattro raid contro
presunti covi terroristici nella regione del Nord Waziristan.
Il
31 dicembre i droni Predator manovrati da Langley, in Virginia,
bombardano una casa di Machi Khel (4 morti), il primo dell'anno viene
preso di mira un edificio a Ghundikala (3 morti), il 3 gennaio è
toccato a un compund nel villaggio di Mosakki (2 morti) e mercoledì 6
gennaio i missili Usa colpiscono una fortezza nel distretto di Datta
Khel (almeno 17 morti).
Una serie di attacchi volti a dimostrare al
nemico che l'attentato a Camp Chapman non fermerà la guerra dei droni,
che proprio da quel piccolo avamposto di montagna viene diretta. Da lì,
infatti, gli agenti della Cia e della Blackwater (come Dane Paresi e
Jeremy Wise, due delle otto vittime dell'attentato del 30 dicembre)
forniscono ai manovratori di Langley le coordinate degli obiettivi da
colpire.
Obiettivo: i gruppi jihadisti del Nord Waziristan. Il
2009, primo anno di Obama alla Casa Bianca, si è chiuso con ben 53 radi
aerei sul Pakistan (contro i 36 dell'anno precedente e i 10 del periodo
2004-2007) nei quali sono rimaste uccise centinaia di persone: almeno
settecento (di cui nove su dieci civili innocenti) secondo il governo
pachistano; circa cinquecento (di cui solo una quarantina civili)
secondo la Cia.
Obama ritiene questa campagna militare uno strumento
indispensabile per colpire i leader di quei gruppi talebani e qaedisti
contro i quali il governo pachistano si rifiuta di usare la forza.
L'esercito
di Islamabad, infatti, da anni combatte i gruppi armati integralisti
locali che rappresentano una minaccia sovversiva interna, come i
talebani 'ribelli' di Maulana Fazlullah nella valle di o quelli di
Hakimullah Mehsud in Sud Waziristan. Ma si rifiuta di smantellare i
gruppi armati che considera un asset strategico irrinunciabile, un
irrinunciabile strumento per contrastare la crescente influenza del
nemico indiano in Afghanistan (soprattutto in vista del futuro ritiro
delle truppe alleate).
La rete di Haqqani, principale minaccia per gli Usa.
Peccato che questi stessi gruppi hijadisti - in particolare la rete di
Jalaluddin e Sirajuddin Haqqani, basata in Nord Waziristan e
strettamente legata ad Al Qaeda e ai servizi segreti pachistani -
rappresentino oggi anche la principale minaccia per le truppe
d'occupazione Usa presenti nelle province orientali dell'Afghanistan,
al pari della resistenza armata dei talebani del Mullah Omar nelle
province meridionali, che invece ha le sue basi tra Quetta e Karachi.
Washington
sa di non poter contare sull'aiuto di Islamabad per colpire le
roccaforti e i campi di addestramento di questi potenti gruppi
guerriglieri che, se attaccati dall'esercito pachistano, ovvero da chi
finora li ha protetti e sostenuti, si rivolterebbero contro il debole
governo civile attualmente al potere e magari, con l'aiuto
dell'esercito, lo rovescerebbero prendendo il potere e quindi il
controllo dell'arsenale nucleare pachistano. Meglio, per gli Stati
Uniti, evitare questo rischio e provare a fare da soli usando i droni
della Cia.