L'annuncio del presidente Barak Obama
di mettere a punto regole «per dissuadere le banche dalla speculazione
per conto proprio o dei fondi speculativi» come suggerito dall'ex
presidente della Federal Reserve Paul Volcker, ha suscitato un
dibattito già prima dell'apertura del World economic forum di Davos e
continua ad essere il tema di punta.
Misure criticate apertamente
da Martin Wolf ieri dalla pagine del Sole24Ore che diceva di capirne il
senso politico, ma che aveva forti dubbi sul fatto che queste proposte
fossero valide e praticabili e soprattutto rilevanti per lo scopo che si
prefiggono.
Lo scopo è stato ripreso ed enfatizzato dal
presidente francese Nicholas Sarkozy, invitato ad aprire i lavori del
Wef di Davos che ha stigmatizzato il fatto che se non vi fosse stato
l'intervento degli stati a sostenere le banche nel periodo cruciale
della recessione innescata dalla crisi finanziaria dello scorso anno,
sarebbe stata una vera debacle e che quindi è giusto porre in atto,
adesso, misure per limitare l'attività speculativa da parte degli
istituti di credito.
«Senza gli interventi degli stati- ha detto
Sarkozy- sarebbe crollato tutto. Questo è un fatto, non c'entrano le
ideologie. Se non ne tiriamo le conseguenze siamo degli irresponsabili.
Un'intera visione del mondo è fallita. Dal momento in cui passò l'idea
che il mercato ha sempre ragione, la globalizzazione è impazzita».
Per
questo, dice Sarkozy «sono d'accordo con Obama , dobbiamo proibire che
le banche investano capitali nel trading finanziario. Il mestiere del
banchiere deve essere il finanziamento dell'economia reale». Quello su
cui non concorda il presidente francese è il fatto che queste regole
intervengano solo per frenare gli appetiti speculativi dei banchieri di
oltreoceano e quindi «non possono essere decise da un solo paese: spetta
al G20 pronunciarsi».
Regole che non sono gradite invece da parte
del sistema mondiale della finanza riunito a Davos, che ha tuonato
contro le misure annunciate dall'amministrazione americana e contro
qualsiasi freno alle proprie attività. «Bisogna lasciare che sia il
settore della finanzia ad autoregolarsi» ha detto Lord Levene,
presidente di Loyds e gli ha fatto da sponda quello di Barclays, Robert
Diamond secondo il quale dimensionare l'attività delle banche «servirà
solo a danneggiare l'economia globale e a penalizzare l'occupazione».
Il
fatto inconfutabile è che sino ad ora è stata proprio la possibilità
delle banche di muoversi nella direzione che consentisse loro di fare
maggiori profitti (anche se questo comportava un aumento di rischio)
che ha portato alla crisi finanziaria del novembre 2008 che ha
travolto, come uno tsunami, il resto dell'economia a livello globale;
che ancora fa fatica a rialzarsi e che ha determinato (e continuerà
purtroppo a farlo) problemi nell'occupazione, mentre è proprio la
finanza che grazie alle iniezioni di denaro pubblico è già tornata in
piena attività.
Chiedere quindi che le risorse della collettività
erogate ai sistemi finanziari per evitargli il tracollo vengono adesso
indirizzate a far ripartire l'economia reale anziché per perseguire i
propri profitti è almeno eticamente corretto; difficile stabilire - non
avendo pratica delle tecnalità dell'economia - se le misure per
dissuadere le banche dalla speculazione in proprio siano quelle più
adeguate. Resta il fatto che delle regole servono e servono a livello
globale, perché lasciare alla finanzia (così come al mercato) la
possibilità di autoregolarsi, ha dimostrato in maniera ormai non più
eccepibile che è un modello che non funziona e che ha portato ad
associare ad una crisi ecologica già in atto anche una delle peggiori
recessioni economiche dal dopoguerra, con pesantissime conseguenze
sociali .
Da questo punto di vista ci viene in aiuto oggi un Nobel
dell'economia, quale Joseph Stiglitz, che scrive dalle pagine del
Sole24Ore: «Alla fine, il sistema finanziario ha fallito nello svolgere i
propri compiti chiave: gestire il rischio, allocare il capitale e
mantenere bassi i costi di transazione. Al contrario, ha creato nuovi
rischi, gestito male il capitale e generato costi enormi di transazione
(negli anni precedenti alla crisi il settore ha incamerato circa il 40%
dei profitti totali delle imprese). Ha determinato, inoltre, una cattiva
allocazione di capitale umano, dato che molti tra i giovani di maggior
talento hanno ceduto alla lusinga dei soldi facili».
E se non
bastasse, sempre Stiglitz dice che «sono stati proprio i mutui subprime,
ideati per generare i compensi professionali dei finanzieri che
sottraevano ai poveri i risparmi di una vita, ad innescare il disseto
dell'economia». Non è ancora abbastanza?