Sono passati due anni da quando la
crisi, a lungo annunciata, ha cominciato a far sentire i suoi effetti
devastanti, deprimendo l'economia e minacciando l'implosione della
finanza mondiale. Fin da subito è stato chiaro, anche a molti di quanti
fino ad allora non avevano creduto alle Cassandre, che il sistema
crollava perché era insostenibile. Si parlò di schema-Ponzi e non ci si
riferiva solo alle truffe di Madof o di altri suoi emuli, ma al
peculiare assetto della finanza internazionale che era evidentemente
sostenibile solo in costanza di una geometrica crescita del capitale
circolante e delle scommesse finanziarie; proprio come uno schema
piramidale, che funziona solo in fase d'espansione e poi implode alla
minima inversione di tendenza.
Nonostante l'evidenza, i media
accettarono di buon grado di inquadrare la questione secondo i desideri
della grande finanza e, inizialmente, puntarono il dito contro i
mutuatari americani più deboli, quelli che avevano sottoscritto i
famigerati mutui sub-prime senza poterseli permettere. Per un po'
funzionò, a dispetto dell'evidenza statistica per la quale i “poveri”
contraenti dei sub-prime avevano tassi d'inadempienza dei loro impegni
più bassi di quelli degli altri mutuatari prime. I poveri pagavano
meglio, ma non importava, come non importava che molti dei sub-prime
andati in malora fossero stati in realtà concessi a società o a
individui che speculavano sul mercato immobiliare senza avere
sufficienti garanzie da offrire alle banche.
Non fu casuale
questo puntare il dito sui sub-prime, perché consentiva
all'amministrazione americana di scaricare la colpa
sull'amministrazione Clinton (che aveva favorito e innescato il
fenomeno) e alla grande finanza di scaricare le responsabilità su una
delle poche decisioni politiche che non avevano lo stigma evidente di
essere a favore dell'élite finanziaria (anche se lo era) e, infine, sui
poveri. Il disastro non era quindi colpa dell'amministrazione USA e
nemmeno di Wall Street. Dal loro punta di vista non si poteva sperare di
meglio nell'occasione e fu uno scherzo farsi seguire su questa strada
dai media mainstream, anch'essi complici omertosi del disastro e spesso
controllati dagli stessi soggetti che portavano la responsabilità
della crisi.
Inquadrata così, la crisi provocata dalle élite
finanziarie e dalla loro avidità ha assunto un altro aspetto e a
perfezionare l'operazione ha provveduto la confusione sui prodotti
derivati, chiamati in causa quando è stato evidente che la crisi
eccedeva di gran lunga la massa dei sub-prime e che quindi, il framing,
(l'inquadrare il dibattito) entro limiti favorevoli, rischiava di
andare in pezzi. I sub-prime sono però rimasti ad aleggiare sullo
sfondo, indicati come elemento detonante di una crisi provocata
dall'eccessiva creazione di prodotti derivati e dall'uso spregiudicato
della leva finanziaria.
Puntare l'indice contro i derivati è
stato conveniente per diversi motivi: sia perché sono strumenti
complessi, in larga parte incomprensibili al grande pubblico (al quale
ben pochi hanno cercato di spiegarli), che per la loro natura di
scommesse tra operatori professionali. Chi ha sottoscritto tali
scommesse, infatti, è (o avrebbe dovuto essere) un operatore
professionale, per lo più assistito da professionisti del ramo, sia nel
caso di grandi aziende o di istituzioni pubbliche. Tutta gente che,
pur scottata da vere e proprie truffe, non pensa minimamente a mettere
in discussione il sistema o ad accusare le controparti con le quali
spesso ha cointeressenze o intrecci relazionali molto robusti, per non
dire di quanto la politica sia stata sempre più influenzata dalla
finanza negli ultimi decenni.
Che poi insieme agli operatori
professionali siano stati trascinati nella polvere anche i pensionati e
i piccoli risparmiatori con le loro modeste rendite legate alla borsa,
non è sembrato assumere grande rilevanza: molta più enfasi è stata
riservata ai problemi del sistema (quindi dell'élite) e alla necessità
di salvarlo, pena una fine peggiore per tutti.
È bene ricordare
che, fin dall'inizio della crisi, ogni tentativo di framing ha
contribuito a costruire un vero e proprio muro che ha nascosto al
dibattito un suo carattere fondamentale: quello di essere prima di
tutto una crisi statunitense. Sono infatti statunitensi le grandi
banche e le grandi finanziarie fallite (o salvate da un fallimento
inevitabile) e sono d'origine statunitense sia l'impostazione del
sistema finanziario che si è andata delineando dopo la caduta del muro
di Berlino, che il brutale impulso che ha spinto il mondo verso
l'adozione del modello ultra-liberista.
Modello che si è poi rivelato in grado di
garantire solo la libertà delle élite finanziarie di drenare risorse
dall'economia reale, per poi bruciarle ai tavoli del grande casinò
finanziario di Wall Street, del quale negli anni gli stessi operatori
hanno assunto il controllo quasi totale e, con esso, la possibilità di
truccarne le carte e i conti. Statunitensi sono le grandi banche
d'affari e anche la più grande impresa d'assicurazione al mondo,
quell'AIG che, forte dei premi e dei capitali dei suoi assicurati, aveva
assunto la funzione di garante di qualsiasi prodotto finanziario messo
sul mercato, anche il più scellerato e ben oltre le sue capacità di
onorare tali impegni.
Per mantenere questo assetto è stato
necessario nascondere fino all'ultimo la verità, emarginare ogni voce
critica, ogni invito alla prudenza e alla chiarezza dei conti. Così che
Alan Greenspan, già nel 2004, decise di mantenere segreti i rapporti e
le relazioni che avrebbero dovuto allarmare il governo americano e i
mercati sul montare di una bolla immobiliare già allora matura, con il
pretesto che il sistema era “troppo complesso” per permettere alle
opinioni pubbliche di venirne a conoscenza nei dettagli e quindi di
poter formarsi ed esprimere un'opinione che avrebbe potuto “davvero”
mettere a rischio il sistema e far saltare il banco, comunque destinato
a saltare con il tempo. Una realtà certificata dai numeri e dai
rapporti in possesso di Greenspan, tenuta gelosamente riservata per ben
quattro anni e venuta alla luce solo la settimana scorsa.
Allo
scoppiare della crisi i giocatori, gli arbitri e i cronisti di questa
grande partita erano ormai indistinguibili gli uni dagli altri, legati
da intrecci inestricabili, da una malriposta pretesa superiorità di
classe e al di sopra delle leggi, che pure li avrebbero visti falliti o
condannati. Lo sono ancora, se possibile oggi ancora di più. I grandi
attori economici sono usciti dalla prima fase della crisi ancora più
grandi a seguito di un riassetto del sistema operato salvando gli uni e
poi vendendo loro gli altri che si era deciso di bollare come vittime
sacrificali, tenendo in vita il tutto con enormi iniezioni di denaro
pubblico. Anche le società di revisione contabile e le agenzie di rating
hanno subito lo stesso destino e oggi le “too big to fail”, le
corporation troppo grandi per poter fallire senza provocare la
distruzione generale, sono ancora più grandi e il sistema è ancora meno
governabile e trasparente di quanto non fosse all'inizio della crisi.
Se all'alba della crisi Bush, Obama e gli altri leader
internazionali annunciarono la necessità e il pronto varo di regole
nuove, queste però non si sono viste. Alle grandi società finanziarie
americane in fallimento fu assicurata la garanzia governativa per i
titoli tossici, nuove regole “creative” con le quali truccare i bilanci
e una mostruosa iniezione di denaro per coprire i buchi. Un errore
marchiano, perché con quei soldi il sistema finanziario non ha riempito
i buchi (nascosti provvisoriamente grazie alle regole contabili
creative) e nemmeno ha finanziato l'economia reale, che non si riprende
perché i capitali necessari agli investimenti sono dirottati altrove.
Quei soldi sono stati “reinvestiti” nel casinò, come se nulla fosse
successo, ma non senza ragione, dato che in costanza di condizioni
quella destinazione offre l'aspettativa di maggiori e più rapidi
guadagni. La cosa ha determinato l'ovvia risalita dei corsi azionari e
grossi guadagni per quegli stessi dirigenti che avevano portato al
fallimento le loro aziende e l'economia statunitense. Così si è
verificata la “ripresa senza occupazione”, perché a riprendersi è stata
solo la giostra delle borse, ormai avulsa dall'economia reale, che
invece ha continuato a macinare disoccupati, fallimenti personali e
sfratti a passo di carica. In una situazione del genere, negli Stati
Uniti si sono sentiti anche fior di analisti e politici esprimersi
contro la concessione di sussidi ai disoccupati (una goccia rispetto a
quanto dato alle banche) con il pretesto che una volta “assistiti” con
quattro soldi al mese avrebbero perso la voglia di lavorare.
Poi sono venuti gli attacchi
all'Euro e alle economie più deboli dell'Unione Europea. Un gioco
facile, poiché gli stessi speculatori erano quelli che avevano
contribuito ad inflazionarne i bilanci, quando non erano stati
direttamente complici degli stati nel truccare i conti, come nel caso
della Grecia e del suo rapporto con Goldman Sachs. Un gioco facile
almeno fino a quando l'UE non ha trovato un briciolo d'unità politica e
fatto muro contro l'attacco. Niente di particolarmente difficile,
rappresentando i paesi più in difficoltà solo una frazione
dell'economia europea (la Grecia ne vale circa il 2%), ma ancora una
volta l'occasione è stata colta per proseguire sulla strada sbagliata:
nel pagare i debiti delle banche, delle istituzioni finanziarie e dei
governi collusi si è riaffermata la stessa ricetta fallimentare.
Tagli
ai servizi sociali, alla sanità, all'istruzione, alle pensioni: la
proposta corre proprio nel senso della demolizione di quello che ancora
fa la differenza tra il sistema americano e quello europeo e la crisi
delle banche. In Europa, come negli Stati Uniti, il fallimento degli
dei della finanza lo devono pagare i cittadini, lavorando per salari
ancora più bassi, rinunciando a diritti acquisiti e facendo ogni
economia per ripagare i debiti altrui, con il miraggio che una volta
ripartita la giostra andrà bene per tutti.
Non sarà così. Gli
stessi ministri europei ed americani hanno più volte ripetuto che la
crisi è sistemica e non si riferivano certo ai sistemi statali e agli
stati che si sono dovuti svenare ed indebitare per pagare i fallimenti
delle banche, come già è toccato agli americani e agli islandesi e un
po' a tutti nel mondo. Una truffa auto-evidente, ma non basta questa
evidenza a superare la narrazione falsa e tranquillizzante diffusa dai
media e da “ottimisti” come Berlusconi. È il sistema finanziario
globale che è in crisi, che è evidentemente rotto e incapace di
funzionare secondo le non-regole in vigore, che favoriscono solo
l'arroganza e la spregiudicatezza del più forte, incapaci di sanzioni
anche a fronte dell'evidenza di comportamenti criminali e
professionalmente inadatti.
Se la crisi è sistemica significa che
il sistema, così com'è, è condannato a ripetere gli stessi errori. Di
più, significa che nascondendo la verità dei conti e dando alla finanza
americana il denaro per tornare a giocare, si sono poste le premesse
per la definitiva implosione del sistema, perché dall'anno prossimo le
grandi corporation americane dovranno rimborsare quantità sempre più
elevate di debiti e nessuno è in grado di spiegare come faranno.
E’
invece chiarissimo che nemmeno gli Stati Uniti si potranno permettere
un altro bailout, ancor meno in costanza di tre guerre che dissanguano i
bilanci. Affermare che i militari americani sono troppo pagati e che
si spende troppo per assicurare loro la copertura sanitaria, non serve a
molto; anche in questo caso si tratta di miserie se paragonate al buco
nei conti della finanza. Buco che, come già spiegato all'alba della
crisi, è abbastanza grande da inghiottire l'intera economia mondiale e
di scatenare una depressione tale da far impallidire quella del '29.
Non rendono quindi un buon servizio ai cittadini Tremonti e i suoi
colleghi europei quando decidono di affrontare una crisi che definiscono
sistemica senza ipotizzare alcuna modifica al sistema. E lo stesso
Obama e il Congresso americano si confermano così tanto parte del
sistema da non poter far nulla per riformarlo.
Non si tratterebbe di un'impresa
titanica, perché i problemi di oggi sono gli stessi che l'economia
affrontò ai tempi dei Robber Barons, così simili agli autoproclamati
“dei” di Wall Street. Rompere i monopoli e i cartelli, ridurre le
dimensioni delle corporation, reintrodurre la separazione tra i diversi
business finanziari, introdurre regole, vigilanza e sanzioni efficaci,
aumentare la tassazione sulle rendite finanziarie e le tasse di
successione per i grandi patrimoni. Niente di particolarmente astruso o
bolscevico, sono anzi provvedimenti che darebbero maggiore “libertà”
operativa agli operatori economici, non più schiacciati da un'elite che
si scrive le regole e si autoassolve quando le infrange, e finalmente
in grado di competere ad armi pari in una ambiente più sano,
competitivo e onesto.
Niente di rivoluzionario, ma abbastanza da
mettere sulla difensiva il sistema e i suoi protagonisti, che non sono
per niente disposti a pagare il prezzo delle loro colpe e che
preferiscono continuare il blame game (il dare la colpa ad altri
all'infinito senza mai arrivare al riconoscimento di alcuna
responsabilità) fino a che non avranno messo al sicuro i loro guadagni o
fino a quando il sistema non imploderà definitivamente, lasciando il
cerino in mano ad altri che bruceranno nel rogo, mentre i soliti noti
s'arricchiranno ulteriormente comprando a prezzo di saldo.
Per
questo siamo ancora esattamente dove eravamo quando è scoppiata la
crisi, con i ministri, i presidenti e i media che ci dicono che il
sistema è rotto, ma che da allora evitano accuratamente qualsiasi
proposta di riforma del sistema che non sia la semplice cosmesi dei
conti o la continuazione della rapina ai danni della massa dei
cittadini. Le conseguenze di un tale stato di cose dovrebbero a questo
punto risultare evidenti: la crisi continuerà a peggiorare
inevitabilmente e il suo costo aumenterà ogni giorno che passa, senza
alcuna speranza di un esito diverso.